"Chi li vota non è un vero democratico": il dibattito a sinistra dopo il trionfo dell'AfD in Germania

 


"Chi li vota non è un vero democratico": il dibattito a sinistra dopo il trionfo dell'AfD in Germania


Il risultato delle elezioni in Sassonia-Anhalt mette i partiti tradizionali di fronte a un bivio: ascoltare il malcontento o isolare la destra radicale. La stampa progressista spinge per la linea della fermezza. Giro di voci tra i principali quotidiani europei

"Chi vota per AfD non può essere considerato un vero democratico"

Iniziamo la nostra rassegna partendo dai giornali tedeschi e in particolare da un editoriale firmato da Christian Bangel per la rivista 'Die Zeit'. Citando uno studio sociologico realizzato nel 2025 in Sassonia-Anhalt, il giornalista accusa gli elettori di AfD di interpretare la democrazia come "il diritto di dominare gli altri e, se necessario, di intimidirli o espellerli". Bangel sostiene che le "preoccupazioni della gente" siano state prese fin troppo sul serio negli ultimi anni. Un esempio è quello dell'immigrazione. "Il numero di rifugiati è ai minimi storici, i controlli alle frontiere sono tornati" scrive l'autore. "Si verificano persino deportazioni in Afghanistan e la questione dell'umanità delle politiche di asilo è relegata in fondo alla lista delle priorità". 

Secondo il giornalista chiedersi cosa si possa fare per "placare" questi elettori è ormai "irrilevante" perché "molti sono stati addestrati per anni nelle camere di risonanza della destra ad ascoltare solo le informazioni provenienti da lì, per quanto assurde possano essere". 

Chi ha votato per l'AfD, chiosa Bangel, "vuole vedere la nave affondare perché crede di non essere a bordo. Che altri ne stiano già soffrendo è, nella migliore delle ipotesi, irrilevante. Cos'è questo se non un freddo rifiuto del bene comune e una totale mancanza di empatia al di fuori della propria cerchia? Chi vota per questo partito - conclude - può considerarsi un vero democratico, ma sta contribuendo alla distruzione delle fondamenta della nostra società. Non c'è niente di rispettabile in tutto ciò".

Le critiche alla strategia del "lasciamoli fare"

Sulla stessa rivista Lenz Jacobsen spiega che lo slogan "lasciamoli fare" che "si sente ormai spesso" nei talk show come nei gruppi WhatsApp tra familiari, è in realtà "ingannevole". E denunciarlo, sottolinea il giornalista, "non è semplicemente l'ennesimo argomento di propaganda isterica della sinistra, ma si basa su solide prove scientifiche". 

Per dimostrare la sua tesi Jacobsen cita uno studio delle politologhe Heike Klüver e Annina Hermes che hanno analizzato 1.237 governi in 57 Paesi democratici dal 1976 al 2023. La ricerca suggerisce che l'esperienza di governo non indebolisce la destra radicale, ma la rafforza, tanto che alle elezioni successive i partiti presi in esame avrebbero guadagnato in media il 6%. 

La tesi è che l'idea di lasciar governare l'Afd non nasca dalla fiducia nel partito di Alice Weidel, ma dalla totale rassegnazione verso le altre forze politiche. Così facendo però il baricentro del sistema si sposta sempre più verso destra. "I ricercatori - rimarca l'autore - spiegano questo fenomeno con quella che definiscono 'normalizzazione': i partiti estremisti vengono inizialmente emarginati; votarli e rappresentarne le posizioni è considerato un tabù. Ad ogni successo, questo tabù si affievolisce. Appaiono nei talk show, in parlamento e, infine, al governo. Le loro posizioni si normalizzano e perdono la loro connotazione scandalosa".

Il Guardian incolpa i partiti moderati per aver legittimato AfD

Una spiegazione analoga la offre anche Jon Henley sul quotidiano britannico 'Guardian'. La tesi è già tutta nel titolo: "Il centro europeo teme un'ondata nazionalista dopo la vittoria dell'AfD, ma la colpa è solo sua". Citando lo studio di Klüver e Annina Hermes a cui abbiamo già accennato sopra, il giornalista sostiene che "la normalizzazione da parte dei media e dei partiti tradizionali, che abbracciano senza problemi la retorica dell'estrema destra", avrebbe in realtà "legittimato tali posizioni". 

Il sunto del suo pensiero è semplice: non è vero che gli argomenti dei partiti nazionalisti non siano stati ascoltati, al contrario, è stato dato loro fin troppo spazio. Henley conclude la sua riflessione citando le parole della politologa Gabriela Greilinger: "Le politiche e le idee dell'estrema destra sono già costantemente al centro dell'attenzione, a prescindere dal fatto che l'estrema destra sia al potere o meno. Non c'è alcun cordone sanitario intorno alle loro idee".

La soluzione drastica di bandire il partito di Weidel

Tornando in Germania, sulla 'Süddeutsche Zeitung' il giornalista e storico Joachim Käppner denuncia che "la democrazia tedesca è ora minacciata dall'estrema destra come mai prima d'ora dal 1949". A suo dire in Germania "un partito di estrema destra non potrà mai essere così 'normale' come pretende di essere" l'Afd. Käppner si dice quindi scettico sul fatto che l'AfD possa virare su posizioni più moderate com'è successo ad esempio ai Verdi, partito che "non ha mai predicato l'odio per 'il sistema', nemmeno nei suoi momenti più estremi e radicali". 

Come uscirne? Se da un lato Käppner rimprovera ai partiti centristi di aver dato troppa risonanza alle "narrazioni vittimistiche dell'AfD" dall'altro li esorta a riconquistare gli elettori di Weidel trasmettendo il messaggio di "un Paese forte, molto più forte e migliore di quanto la mentalità di sfida, diffusa sia a destra che a sinistra, voglia farci credere". 

Se la strada di gran lunga preferibile è quella di parlare agli elettori delusi, l'autore non esclude neanche soluzioni drastiche come quella di bandire AfD dalle consultazioni elettorali. "La convinzione diffusa che un partito con un elettorato così ampio non possa essere messo al bando perché sarebbe antidemocratico contraddice la logica della Corte Costituzionale Federale" scrive lo storico, proprio perché la Costituzione prevede di intervenire quando la minaccia diventa "realmente significativa".

La riunificazione non riuscita secondo Le Monde

Sul francese 'Le Monde' Elisa Goudin adotta uno sguardo socio-economico e storico sostenendo che l'ascesa di AfD sia il sintomo di una "malattia cronica" della democrazia tedesca. La tesi è che l'unificazione delle due Germanie abbia deluso gli abitanti dell'Est perché "negli ultimi trentacinque anni, la democrazia non è riuscita a realizzare il suo mandato di creare pari opportunità e riconoscimento sociale per tutti". Con il voto alla destra radicale dunque gli elettori della Sassonia-Anhalt hanno voluto dimostrare che "l'Est si sta finalmente prendendo la sua rivincita e non si lascerà più dettare legge".

Il ruolo del movimento Maga

Un'altra lettura arriva da un altro giornale di area progressista, lo spagnolo 'El Pais', che collega l'affermazione del partito di Alice Weidel alla rete sovranista d'Oltreoceano. Scrive Iker Seisdedos: "Il fatto che il leader della principale potenza mondiale", ovvero Donald Trump, "stia seguendo con attenzione i risultati elettorali in uno stato della Germania orientale la dice lunga sull'energia che il movimento Maga (Make America Great Again) ha investito, sin dal ritorno al potere del suo leader, nell'avanzata dell'estrema destra in Europa. E soprattutto sulla fortuna dell'AfD, la cui vittoria di domenica rappresenta per Trump e i suoi sostenitori il frutto di un continuo sabotaggio della politica tradizionale nel Vecchio Continente".

La tesi di fondo dell'articolo è che la vittoria dell'AfD sia stata favorita, amplificata e sostenuta dalla rete politica che fa capo a Donald Trump e altri strateghi della destra statunitense come il vicepresidente JD Vance e l'onnipresente Elon Musk. Il dato da trarre guardando al dibattito è che la sinistra sembra arroccarsi sulla difesa dei valori democratici e sulla denuncia del pericolo estremista, evitando - per ora - di imboccare la via dell'autocritica. 
fonte il web


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